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Le
tematiche legate al mondo della stregoneria sono state e sono tuttora
fonti d'ispirazione artistica per molti, che di certe vicende danno
un'interpretazione personale o fanno una metafora dei propri tempi
e della propria condizione umana. Sono divenute insomma, un coacervo
di questioni, del quale difficilmente si arriverà mai a comprendere
sino in fondo ogni risvolto, ma che rappresentano sempre e comunque
un viaggio affascinante nella storia e nelle pulsioni più profonde.
L'origine ed il divino, la Natura, il fenomeno ed il noumeno, non
incatenati nell'ambito della retorica filosofica e religiosa, bensì
trattati nella fluidità stessa del pensiero, reso libero dalla fantasia
dell'immaginario e dall'affascinante vaghezza del mito.
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Cinema
Variegata
e ricca si presenta la galleria delle streghe: la più rispettosa
dellarchetipo, la più vanesia e crudele è ancora
una creatura di cartone dovuta al genio di Disney: è la regina-strega
di Biancaneve e i sette nani (1937). Con laiuto di un filtro
magico si muta in una megera sdentata, incappucciata e nerovestita
e così si presenta alla principessa del titolo, affermando
di essere uninnocua vecchina malata di cuore e bisognosa di
un sorso dacqua, ma in realtà, melliflua e bugiarda,
è ansiosa di donarle la morte con una mela avvelenata. Coi
suoi grandi occhi cerchiati, la gobba sulla schiena, i capelli bianchi
e sfilacciati, il naso a becco e bitorzoluto, è disegnata
come la quintessenza del Male e in quanto tale destinata a precipitare
da una rupe, inseguita dagli eroici sette nani.
Altrettanto
cattiva è la strega del Mago di Oz (1939, di Victor Fleming):
il suo compito è quello di ostacolare il ritorno a casa della
piccola Dorothy Gale, trasportata da un tornado in un mondo fatato.
Anche lei appare poco rassicurante: con un abito color pece e un
largo cappello a punta, mani adunche e faccia tinta di verde. Altresì
definita come la perfida strega dellOvest, ha la caratteristica
di assomigliare fin troppo a una acidissima vicina di casa di Dorothy,
che ha la fissa di voler rinchiudere il cagnolino della ragazza
in un canile. Se il mago del titolo è un ciarlatano che vive
nella Città degli Smeraldi, cè anche
una strega buona, una fata con tanto di cappello a tiara, bacchetta
magica e gonna rosa rigonfia a forma di campana. Molti anni dopo,
David Lynch - soggiogato anchegli dal mito di Oz - la farà
apparire a sorpresa nel finale del suo Cuore selvaggio (1990), in
soccorso del protagonista Nicolas Cage.
Ho sposato una strega (1942, di Rene Clair) e Una strega in Paradiso
(1985, di Richard Quine) presentano invece gli aspetto light
della stregoneria: nel primo lanima di una strega morta sul
rogo 500 anni prima si rincarna nel corpo di una fanciulla (Veronica
Lake) con intenti vendicativi, ma la fanciulla finisce con linnamorarsi
del discendente responsabile della sua rovina; nel secondo, una
strega buona (Kim Novak) fa innamorare di sé un editore usando
le arti magiche e, al momento delle nozze, rinuncia volentieri al
suo status stregonesco.
La
strega in amore (1966) di Damiano Damiani è invece Aura,
che si sente irresistibilmente attratta da un modesto scrittore
al quale fa trovare lavoro come bibliotecario, ma costui, pur attratto
dalla giovane, quando scopre che Aura è in realtà
una decrepita incantademoni, pensa bene di dar fuoco alla casa,
bruciandola viva. La morte sul rogo è una fine che notoriamente
tocca spesso a ogni strega degna di questa carica, ma anche altri
atroci supplizi le sono riservati, come i marchi a fuoco di una
S sulla schiena, o il supplizio della cosiddetta maschera
del demonio, una maschera chiodata dallinterno, conficcata
sul volto della derelitta con un colpo di martello. E quanto
accade alla strega Asa (Barbara Steele) nel film La maschera del
demonio Di Mario Bava (1960), che due secoli dopo il rogo riesce
a risorgere nel cimitero e, prima di finire nuovamente arrostita
dalle fiamme, vampirizza medici e discendenti. Indimenticabile la
scena (poi ripresa da Tim Burton nel suo Il mistero di Sleepy Hollow)
del teschio su cui si riforma la carne.
E poi ancora Walt Disney a offrire negli anni 60 i più
riusciti personaggi stregoneschi: se in La bella addormentata nel
bosco (1959), la strega Malefica è veramente, come lei stessa
si definisce, la Signora di ogni Male, una maliarda
elegantissima, la Maga Magò di La spada nella roccia (1963)
è lemblema di una stregoneria lercia, un po ottusa
e spaccona: entrambe alla fine, dopo aver più o meno onestamente
duellato con i buoni di turno, principi o maghi che siano, si trasformeranno
in draghi, destinati naturalmente alla sconfitta.
E
se Julie Andrews fa di Mary Poppins (1964, di Robert Stevenson)
la strega buona, bella e anticonformista per eccellenza, travestita
da bambinaia praticamente perfetta, pronta a volatilizzarsi
col cambiare del vento e premiata pure con lOscar, Angelica
Lansbury in Pomi dottone e manici di scopa (1971, di Robert
Stevenson) è unaspirante fattucchiera inglese, che
riesce con un manuale di formule magiche addirittura a far fallire
il progettato sbarco nazista in Inghilterra.
Tocca a due maestri del brivido, Roman Polanski e Dario Argento,
restituire alle streghe tutto il loro orrore e potere diabolico:
nel Macbeth (1971, di Polanski) le streghe sono vecchiacce laide
che cucinano atroci sporcizie, si aggirano nude a fanno profezie
rosso sangue; in Suspiria (1977, di Argento), sotto linnocua
facciata di unaccademia di danza e con la direzione di Alida
Valli e Joan Bennet, praticano invece a Friburgo le loro magie efferate
ai danni di fanciulle in fiore, provocano piogge di vermi dai soffitti
e venerano Elena Markos, una potentissima e putrescente Regina Nera.
Negli anni 80, invece, le streghe sono interpretate da attrici
brillanti e si confrontano con la satira antimaschilista, con la
commedia ad alto budget con mirabolanti effetti speciali, make-up
complessi e adeguata autoironia. I film che ne mostrano le esibizioni
sono Le streghe di Eastwick (1987, di George Miller, con Michelle
Pfeiffer, Cher e Susan Sarandon), Una strega chiamata Elvira (1988,
di James Signorelli), Chi ha paura delle streghe? (1990, di Nicolas
Roeg, con Angelica Huston) e Hocus Pocus (1993, di Kenny Ortega,
con Bette Midler e Sarah Jessica Parker). Solo
Sigourney Weaver si riallaccia alla favolistica classica e si traveste
da strega con tanto di denti neri, che colloquia ancora con specchi
parlanti e ostenta unarroganza sopra le righe in Biancaneve
nella foresta nera (1996, di Michael Cohn), ma il film è
un flop clamoroso.
Nellanno 1999, la maledizione viaggia in rete e ha la forma
di tre semplici legnetti incrociati tra loro: la notizia di tre
ragazzi scomparsi in un bosco del Maryland mentre giravano un documentario
su una leggendaria strega fa il giro del mondo e il film The Blair
Witch Project -Il mistero della strega di Blair (1999, di Daniel
Myrick ed Eduardo Sanchez), affidandosi al fuori campo delle urla
e dei rumori, delle urla e dei corpi rubati alla falsa intimità
della disperazione, diventa un evento mediatico senza precedenti,
nonché il prototipo di un metacinema giovanilistico e sperimentale,
incassando miliardi. Linevitabile seguito, BW2: il libro segreto
delle streghe (2000, di Joe Berlinger), ci riporta a Burkittsville
in compagnia di altri cinque ragazzi con una confezione professionale,
tra massacri registrati in videotape, false tracce e pseudointerviste,
ma la stregoneria del prototipo, costato quanto
unautomobile usata ed orgoglioso di un guadagno di ben
250 milioni di dollari, non si è più ripetuta.
Ne Il Mistero di Sleepy Hollow (1999, di Tim Burton), la fattucchiera
interpretata da Miranda Richardson, ha il potere di controllare
in Cavaliere Senza Testa, ricattandolo con il suo teschio e rendendolo
complice delle sue mire ereditarie. Ma le forze del bene trionfano,
e alla machiavellica signora non resta che precipitare allinferno,
sepolta sotto lalbero che grondava di sangue, con la mano
che spunta dalle radici.
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